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| "Io ci saro' ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa" |
Il sequestro e l’assassinio da parte delle Brigate Rosse del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro è stato l’episodio più tragico della storia della Repubblicana italiana.
Sono passati 30 anni dal ritrovamento del cadavere dello statista nel bagagliaio di una renault rossa in via Caetani a Roma, a metà strada tra la sede della DC e quella del PCI, partiti che avevano appena siglato il compromesso storico. Era il 9 maggio del 1978.
Oggi sono ancora molti i misteri che avvolgono quella vicenda. Perché se è vero che uno Stato sotto scacco ha cominciato a vincere la guerra contro il terrorismo pagando un prezzo altissimo, le indagini della magistratura e la commissione d'inchiesta parlamentare non sono ancora riuscite a stabilire pienamente la verità storica di quei terribili 55 giorni.
Nel frattempo, è doveroso non dimenticare. Tenere vivo il ricordo di quei fatti, e del politico che fu Aldo Moro.
La cronaca del sequestro nella ricostruzione dell’Ansa |
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L’ANALISI: L’ITALIA CON LUI AVREBBE COMPLETATO LA TRANSIZIONE DEMOCRATICA
di sen. PAOLO GIARETTA

Sono passati trent’anni dal ritrovamento del cadavere del presidente della DC nel bagagliaio dell’auto delle Br, trent’anni di un’infinita transizione della democrazia italiana, non ancora arrivata a pieno compimento.
Credo che, se la follia brigatista non avesse messo fine all’esistenza di Moro, la storia del nostro Paese sarebbe stata diversa. Credo cioè che si sarebbe verificata un’accelerazione della vita politica e sociale perché entrambi, sia Moro che Berlinguer, avevano individuato con chiarezza i fattori di debolezza della società e della politica italiane. E avevano capito l’urgenza, della politica soprattutto, di uscire dagli schemi conosciuti, con il coraggio della discontinuità. Oggi, a 30 anni dalla scomparsa di un grande statista qual è stato Aldo Moro, è proprio il caso di rileggere il suo pensiero, forte per lungimiranza e ricco di tante intuizioni attuali da sviluppare.
Allora la democrazia vinse con chiarezza. Ricordo la spontanea mobilitazione popolare nelle piazze, in cui si videro, per la prima volta insieme, le bandiere del PC, della DC, dei Socialisti. La maggior parte dei cittadini italiani reagì con forza contro la violenza terrorista. C’era ancora una democrazia vitale e uno spiccato senso di partecipazione democratica.
Ricordare Moro, oggi, deve significare anche questo: recuperare il senso della democrazia come fatto di popolo, strumento di popolo.
Proprio in questi giorni sto rileggendo le sue lettere dalla prigionia, che all’epoca suscitarono molto dibattito sulla loro autenticità. Oggi le possiamo rileggere nella loro dimensione storica e comprenderle anche sotto il profilo umano. Ne esce esaltata la figura di un uomo di spessore e di un grande dirigente politico. Penso alle parole commoventi e profonde alla moglie e alla famiglia, ma penso anche alle raccomandazioni ai suoi collaboratori, durante il sequestro, affinché mantenessero il rapporto con il collegio, nella consapevolezza che un dirigente politico trae la sua forza dal territorio, dal legame con i suoi elettori.

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«Oggi sappiamo che non fu fatto il possibile per salvare la vita ad Aldo Moro.»

CESARE DE PICCOLI,
viceministro ai Trasporti nell’ultimo governo Prodi, all’epoca del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro aveva 32 anni ed era segretario del comitato comunale del PCI di Venezia.
«La mattina dell’annuncio del ritrovamento dello statista – ricorda - ero nella sede di Mestre e immediatamente organizzammo un presidio in Piazza Ferretto con gli altri partiti, i sindacalisti e consigli di fabbrica di Porto Marghera».
On. De Piccoli, come visse quella tragedia? Qual era la sua posizione sulla linea da tenere nei confronti dei sequestratori?
«Tra chi sosteneva il fronte della fermezza e chi riteneva più opportuno una trattativa con le Brigate Rosse io condividevo la prima posizione non solo per logica di partito ma soprattutto per convinzione personale. La fermezza nei confronti del terrorismo più che una scelta giusta (che purtroppo non è valsa a salvare la vita di Aldo Moro) era una scelta obbligata da parte dello Stato democratico. In altri termini lo Stato e il suo sistema politico non era nelle condizioni di trattare e quindi riconoscere alle Brigate Rosse lo status di “combattenti”, una scelta di questo tipo avrebbe aperto una voragine nelle istituzioni democratiche e ampliato la base di consenso del Partito armato tra i giovani e il mondo del lavoro.»
Come vede oggi, dopo 30 anni, quella vicenda? È cambiato il suo giudizio?
«Oggi a 30 anni di distanza, sappiamo molte più cose su come si svolsero quei drammatici 55 giorni. Sulle inadempienze dello Stato e di chi doveva fare tutto il possibile per salvare la vita di Moro. Sulle infiltrazioni Piduiste ai vertici dello Stato e negli organismi preposti alle indagini, sulle negligenze investigative, sulle collusioni con settori della politica su cui potevano contare i brigatisti. In definitiva, non accettare la trattativa con le Br non significava non fare tutto il possibile per salvare la vita di Aldo Moro. Ma purtroppo le cose non andarono così, non fu fatto tutto il possibile. Oggi il mio giudizio non cambia sulla scelta di allora, ma è più disincantato, al fondo c’è un senso di amarezza, perché non eravamo i soli protagonisti della vicenda, c’erano altri burattinai che tiravano i fili rimasti sempre nell’ombra.»
Che ricordo ha dell’uomo Aldo Moro e del suo operato come statista?
«Aldo Moro è stato un fondatore e un protagonista di primo piano della Repubblica e non è possibile racchiudere il suo operato e il suo lascito in poche battute. Del resto sono tantissime le pubblicazioni sulla sua opera e in questi giorni le manifestazioni per ricordarne la figura e a quelle rimando. Se dovessi sintetizzare un giudizio farei riferimento a due importanti sui interventi.
Il primo nel 1975, un suo intervento alla Camera dei Deputati dove nel vivo della polemica sul coinvolgimento della DC “nel caso Lockheed” rivendica con orgoglio il ruolo e la funzione della Democrazia Cristiana nella società italiana, nonostante il coinvolgimento del partito in quella negativa vicenda di collusione affaristica.
Il secondo nel marzo del ’78 pochi giorni prima del suo rapimento, dove nell’assemblea dei Gruppi Parlamentari motiva la scelta di dar vita al Governo di unità nazionale presieduto da Andreotti.
Due discorsi completamente diversi, ma dove c’è tutta la duttilità politica e intellettuale di Aldo Moro: fermo sostenitore della funzione storica dei cattolici nella vita pubblica italiana e la sua comprensione verso i mutamenti sociali che lo portavano a riconoscere l’altrettanta funzione storica della sinistra italiana. Quel disegno tragicamente fallì, ma cambiò profondamente la storia dell’Italia. |
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«Ci ha insegnato il valore del dialogo, della tolleranza, del farsi carico dei problemi dell’avversario»

FRANCO FRIGO,
consigliere regionale del PD, nel 1978 aveva 27 anni. Era assessore comunale a Cittadella e insegnava matematica alle Superiori.
«Quando ho saputo dell’uccisione dell’on. Moro e del ritrovamento del cadavere – racconta - ero a scuola e ricordo perfettamente il dramma conseguente non solo alla tragica morte ma ai lunghissimi giorni di prigionia che l’avevano preceduto con distillazione quotidiana delle sue lettere dal carcere. Le lezioni a scuola furono immediatamente sospese e iniziò un’assemblea insegnanti studenti percorsa dal timore di un imminente pericolo che le Istituzioni democratiche italiane rischiavano».
Consigliere Frigo, come visse quella tragedia? Qual era la sua posizione sulla linea da tenere nei confronti dei sequestratori?
«In quel periodo tutti parlano di paura percepita quasi irreale, allora i responsabili istituzionali di partito avevano la paura di essere vittime di attentati da parte delle Brigate Rosse. Ricordo che per diversi anni quando rientravo a casa la sera dopo i vari impegni, temevo sempre, in prossimità dell’ingresso, di poter essere vittima di qualche imboscata. Avrei preferito la trattativa, soprattutto come modo per individuare i sequestratori, non tanto sull’astratto principio allora in voga tra fermezza e cedimento.»
Come vede oggi, dopo 30 anni, quella vicenda? È cambiato il suo giudizio?
«Con meno ansia perché l’incubo di una deriva autoritaria della democrazia italiana non si è verificato, tale incubo discendeva dal timore avanzato dai mass media circa presunte rivelazioni che Moro avrebbe fatto ai carcerieri su particolari segreti di Stato che avrebbero travolto le Istituzioni.»
Che ricordo ha dell’uomo Aldo Moro e del suo operato come statista?
«Moro lo conobbi direttamente, sia perché veniva a Borca di Cadore, dove la Democrazia Cristiana veneta faceva corsi di formazione per i giovani del partito, sia perché venne nel 1976 per chiudere la campagna elettorale a Cittadella, mio comune di residenza.
Di lui ricordo sempre due considerazioni particolarmente interrogative che banalmente così sintetizzo: primo, fare discorsi moderati per non terrorizzare la parte della popolazione numerosa propensa a sostenere una deriva autoritaria (di destra) della Democrazia italiana.
Secondo, la teoria delle convergenze parallele che per uno come il sottoscritto, di formazione scientifica, era un assurdo. Nulla può essere convergente se è parallelo. Ma che era il modo perché le opposte fazioni politiche potessero dialogare, nel senso tu sei avversario e quindi non mi potrai mai incontrare (parallelismo), però siccome dobbiamo vivere insieme in questa società dobbiamo trovare un minimo di intesa (convergenza).»
Qual è il lascito di Aldo Moro alla politica di oggi?
«Dialogo, tolleranza, farsi carico dei problemi dell’avversario.» |
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«La mia militanza nel PD è figlia dell’ammirazione per Moro»

FILIPPO SILVESTRI,
dei Giovani Democratici del Veneto, nel 1978 non era ancora nato. Ha 25 anni e si sta laureando in Ingegneria Ambientale. Pur non avendo vissuto quella tragedia, ha voluto conoscerla e si è fatto una sua opinione.
«Scrivere di Moro a trent'anni dalla sua morte è molto difficile, si è già detto tanto, in questi anni e spesso quanto si è detto è risultato inquinato da dietrologie, a questo aggiungo una sempre presente personale tensione drammatica nel parlare della figura di uno dei più grandi statisti italiani.
Penso che, come spesso accade, analizzare la vicenda di Moro dal solo punto di vista politico si possa rivelare riduttivo se non se ne considerano anche i contorni umani.
È innegabile oggi quanto il disegno, o il sogno, che ispirò le sue tesi di Napoli, fosse straordinariamente lucido ed attuale. La prospettiva, che poi venne riassunta giornalisticamente "Compromesso Storico", andava ben oltre un accordo tra i due maggiori partiti di massa del secolo scorso per la conservazione del potere, ma si proiettava in una dimensione storica nuova di uscita dalla guerra fredda e dalla contrapposizione, verso una possibile "stagione delle responsabilità" in cui l'alternanza tra un partito di sinistra, parlamentarista, non rivoluzionario e svincolato da Mosca, ed uno di centro potesse essere possibile nell'interesse dell'intero paese.
Non è da trascurarsi anche un aspetto di metodo quale l'intenso dialogo, e l'inclusività nella responsabilità di governo come una prospettiva non repressiva e preventiva dei fenomeni del brigatismo che già si profilavano all'orizzonte nelle teorie di Toni Negri.
Da questo punto di vista l'opera di Moro apparirebbe come un magnifico incompiuto, ma è proprio qui che è necessario cogliere il legarsi dell'aspetto umano con quello politico.
Sull'onda delle emozioni e del dolore nei lunghissimi 55 giorni di prigionia , mentre Moro scriveva lettere intensissime e dolorose, si attivò nella società una spinta unitaria, una difesa dell'unico vero potere italiano, quello delle Stato e delle sue istituzioni, che vide unirsi giovani provenienti dall'esperienza di Azione Cattolica e giovani del Movimento Studentesco, Sindacalisti e Politici di tutto l'arco parlamentare, in questo senso va ricordata la marcia organizzata ad Tina Anselmi (Ministro del Lavoro DC) e Luciano Lama (Sindacalista CGIL).
È in questa esperienza unitaria che si è potuto vedere il primo passaggio a quella "stagione delle responsabilità" che doveva essere compimento dell'esperienza di Moro, che seppe unire due mondi che per lungo tempo si era fronteggiati in un unico grande moto contro il terrorismo.
Non posso non pensare che l'Ulivo, prima, ed il PD, poi, derivino da quell'esperienza di forte unità del '78, anche se sono certo sia fondamentale ribadire come Moro, la sua produzione politica, il suo sacrificio, siano da ritenersi, affinché non vengano sminuiti, non patrimonio di una parte ma ricchezza di un'intera nazione.
In questo senso vorrei rivolgere un pensiero anche ai famigliari di Aldo Moro che vissero con grandissimo dolore e riserbo i 55 giorni di prigionia, e verso i quali ogni cittadino italiano è per certi versi in debito, perché, sull'altare della fermezza di Stato (scelta che reputo indiscutibile), della nostra libertà dalla paura, la moglie ed i figli hanno perso un marito ed un padre.
A trent'anni di distanza penso Moro abbia ancora molto da insegnare a tutti noi specie ad i giovani. La volontà di ricercare idee nuove, di cambiare un paradigma politico, di cogliere il senso del tempo prima di altri e di cercare di porvi risposta, la forza di cantare anche fuori dal coro e di non allinearsi necessariamente al potere, la politica come servizio, sacrificio e rinuncia ai propri egoismi, il dialogo e l'umiltà, il potere non come fine ultimo ma come uno strumento necessario per il bene di tutti, devono essere ancora oggi valori e capisaldi di un giovane che vuole fare politica.
Personalmente, posso dire, la mia passata militanza DL è figlia anche della mia ammirazione per Moro, e ancora oggi tengo a mente come un imperativo morale queste sue parole "In futuro il potere conterà sempre di meno, conterà di più una parola detta discretamente, rispettosa e rispettabile."
Oggi, in una politica fatta di fucili che partono per Roma, di nomignoli, di vaffa e di programmi strappati, il senso di quelle parole va riscoperto.» |
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FRANCA DONAGGIO,
già sottosegretaria alle Politiche sociali nell’ultimo governo Prodi, ha vissuto all’interno del movimento sindacale la tragedia del sequestro e dell’assassinio dell’on. Aldo Moro. Ecco la sua testimonianza.
«Nel 1978 avevo 31 anni ed ero segretaria degli elettrici della CGIL di Venezia. La notizia del ritrovamento del cadavere mi colse in una delle tante riunioni sindacali che si facevano in quei giorni per mantenere alta la mobilitazione e l’attenzione dei lavoratori al fine di ottenere il rilascio di Aldo Moro da parte dei suoi sequestratori.
L’annuncio dell’assassinio di Moro mi lasciò attonita perché si stava portando a termine quello che fu chiamato l’“attacco allo Stato”, ad uno Stato che non era stato capace di difendere e liberare una delle più importanti personalità della sua classe dirigente.
Dietro la parola d’ordine “lo Stato non tratta” si palesava tutta la debolezza e l’ambiguità di una classe politica sulla quale si allungava l’ombra di complicità e connivenze , mai provate ma fino ad oggi mai chiarite.
Io condividevo la posizione del segretario del PSI Bettino Craxi e cioè di fare ogni cosa perché Moro venisse liberato. Per cambiare il corso della storia del nostro Paese era mia convinzione che egli doveva essere liberato e non ucciso perché essendo sceso sino al girone infernale del degrado della nostra democrazia, si sarebbe messo alla testa del cambiamento e del risanamento delle istituzioni.
Uno Stato è forte quando sa difendere i suoi cittadini e i suoi rappresentanti. Che le Brigate Rosse, in quel momento, fossero più forti dello Stato lo stavano dimostrando con il rapimento, la prigionia e la libertà di movimento di cui godevano sotto gli occhi impotenti dell’apparato investigativo che era stato messo in campo.
Dopo 30 anni, la prima riflessione che mi viene in mente, all’indomani dell’insediamento di questo governo Berlusconi, è che la profezia di Aldo Moro si è avverata. Egli scrisse: “Il mio sangue ricadrà su di voi”. E che cosa se non il suo assassinio è stato all’origine della dissoluzione dei grandi ideali politici e democratici che hanno segnato la Resistenza e la sconfitta dell’autoritarismo plebiscitario impersonato dal fascismo?
I fatti storici che hanno segnato il mondo in questi trent’anni avevano bisogno di una classe politica che sapesse parlare alle intelligenze e al cuore delle persone, non alle loro paure e ai loro egoismi. Ma così non è stato.
I processi in atto nel pianeta, frutto anche di un lungo periodo di pace e di non belligeranza tra le grandi potenze economiche, invece di essere affrontati con grandi ideali ed una identificazione con il bene comune sono stati sotterrati insieme alle ideologie che si sono contrapposte nel secolo scorso, con la conseguenza prevedibile che i più forti hanno preso il sopravvento sui più deboli e le distanze si sono allargate al punto da tornare ad essere insopportabili.
Dopo trent’anni noi viviamo in un Paese inquieto, spaventato e diviso, dove anche le regole democratiche non riescono a dare risposte ad una identità comune fortemente compromessa, anche dalle trasformazioni sociali in atto nel Paese.
Aldo Moro ci ha lasciato il suo pensiero e la sua opera politica, ferma al giorno in cui la sua vita è stata interrotta; per dipanare meglio gli anni che ci stanno alle spalle e farne oggetto di riflessione per l’oggi e per il domani mi rifaccio a ciò che ha detto Agnese Moro: “Chi sa, parli”. Ed allora il sacrificio del presidente Moro non sarà stato inutile.»
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