Intervengo a proposito di problemi irrisolti che riguardano le donne italiane, ma non solo loro.
Il momento di grave recessione economica non costituisce motivo di minor interesse per questi temi poiché l’affrontarli potrebbe aiutare l’uscita dalla crisi avendo nel contempo risolto, o avviato a soluzione, alcuni problemi strutturali.
Inizio ricordando quel 46% di italiane occupate, nella fascia in età di lavoro, che ci colloca come Paese al di sotto delle media europea e lontano dal 60% auspicato a Lisbona per il 2010.
Molti, invece, sarebbero i benefici di un aumento dell’occupazione femminile a partire dalla crescita del PIL, all’aumento della soddisfazione delle donne (che, dai sondaggi, gradirebbero lavorare in misura superiore alla realtà attuale) e ad una minore vulnerabilità economica delle famiglie a doppio reddito
E parecchi sarebbero inoltre i “volani” che l’occupazione femminile metterebbe in moto ovvero:
- la creazione di posti di lavoro, radicati sui territori, di coloro che offrono servizi alle famiglie con adulti occupati; dalla ristorazione alle lavanderie ecc., si stima che si creino 15 posti di lavoro di questo tipo per ogni 100 donne occupate;
- l’aumento dei consumi rosa, ovvero acquisti dedicati a sé e ai figli, per i quali ci sono già, in altri paesi, indici azionari relativi ad aziende che producono questi beni e, non ultima
- la valorizzazione dei talenti delle donne in larga misura scolarizzate fino ai livelli più elevati.
L’obiettivo di una maggiore occupazione femminile è stato già raggiunto da vari Governi europei attraverso strumenti e modalità diverse, dall'utilizzo di un forte aumento di spesa pubblica, come è avvenuto nei paesi nordici, dove ormai 7 donne su 10 lavorano, alla deregulation del mercato del lavoro nei paesi anglosassoni, alla promozione di nuovi posti di lavoro nell’ambito di servizi, sia pubblici che privati, alle famiglie, com'è avvenuto nell'interessante caso francese.
Più occupazione femminile vuol dire anche più figli, e quindi contrasto a quell’emergenza nazionale che è, in Italia, il grave declino demografico, tanto che l’OMS stima una popolazione di italiani pari a 41 milioni nel 2050.
Le donne dichiarano, in Italia ed in Europa, di volere più figli di quelli che possono avere. La prima motivazione addotta, a spiegazione del divario, è quella biologica, ovvero i problemi di fertilità, che in Italia sono correlati anche ad un'entrata dei giovani nel mercato del lavoro tardiva e con poche tutele.
Oltre ai problemi biologici, vengono in secondo luogo rilevati i problemi economici che riguardano soprattutto le famiglie con un solo reddito, le quali spesso non possono sostenere le spese derivanti dalla nascita di un figlio (20-30% di uscite in più). Ancora, da parte delle donne che lavorano vengono indicati problemi di conciliazione tra gli impegni di lavoro e di cura parentale.
Nei paesi in cui le donne hanno più figli esistono strumenti che rendono più facile la conciliazione tra famiglia e occupazione. Le strategie adottate in quei paesi sono molteplici.
In Italia andrebbero in questo senso: più servizi per anziani non autosufficienti, maggiori tutele per le donne con contratti di lavoro non standard, indennità per i congedi parentali e di maternità più sostanziose, una modulazione di tempi e orari di lavoro -come suggerisce la UE- che facilitino il lavoro delle donne.
Le stesse imprese si auspica possano avere un ruolo positivo, essendosi evidenziata una convenienza economica per gli stessi datori di lavoro, in quelle aziende dove sono state adottate misure di conciliazione. Non ultimo, a titolo soprattutto simbolico, il bonus-papà o congedo di paternità per il primo periodo dopo la nascita del figlio.
I recenti tagli del tempo e del personale scolastico vanno chiaramente in direzione contraria.
A riguardo dei costosi, poco numerosi (e dagli orari poco flessibili) asili-nido italiani: una media di undici bimbi su cento, che li può frequentare, è proprio misera , se rapportata all’obiettivo UE del 33%, e considerando che al Sud la percentuale scende al 2%.
Ciò non solo impedisce alle donne di conciliare il lavoro di cura con quello extra-domestico, ma priva i bambini di famiglie svantaggiate di stimoli alle capacità, ai talenti e di opportunità di crescita e di sviluppo a tutto campo. E’ anche questa una delle cause di quegli scoraggianti risultati relativi ai livelli di apprendimento dei quindicenni, che si rilevano nelle regioni meridionali e insulari?
A questo proposito Inghilterra, Francia e da ultimo anche la Spagna hanno recentemente attuato coraggiose ed impegnative politiche di erogazione di servizi alla prima infanzia e di contrasto alla povertà minorile (in crescita in Europa negli anni novanta e particolarmente elevata ancor oggi in Italia), per ridisegnare un sistema di welfare, non solo a sostegno dell’età adulta ed anziana, ma che permetta “una buona partenza” dalla più giovane età.
Da vari studi emerge chiaramente che l’investimento in servizi per l’infanzia produce alti ritorni nel tempo, in termini di occupazione crescente, allargamento della base imponibile, minori spese sociali.
Si può prospettare un allungamento dell'età pensionabile per le donne senza o prima di aver avviato a soluzione questi problemi?
C’é invece sicuramente bisogno di nuove politiche, che accendano il motore dell’occupazione femminile, potenzino la conciliazione e prevedano maggiori servizi per la parte iniziale e finale della vita.
Parlare di donne, in Italia soprattutto, significa quindi parlare di riforme,di crescita economica ,di demografia e altro ancora.
Le donne del PD vorranno con tenacia sostenere questi obiettivi e qualcuno tra i politici -donne ed uomini- vorrà farsene carico?
Diventeranno questi temi una narrazione o cornice di interpretazione della realtà di cui il PD sembra aver bisogno?
Speriamo di sì.
*Coordinamento cittadino del PD di Padova
magiu1996@alice.it
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